L’AVICOLTURA E IL PARADOSSO* DELLA RICERCA DELLA SOSTENIBILITÀ

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* Il paradosso è un potente stimolo per la riflessione. Rivela sia la debolezza della nostra capacità di discernimento, sia i limiti di alcuni strumenti intellettuali per il ragionamento. È stato così che paradossi basati su concetti semplici hanno spesso portato a grandi progressi intellettuali. Talvolta si è trattato di scoprire nuove regole matematiche o nuove leggi fisiche per rendere accettabili le conclusioni che all’inizio erano “apparentemente inaccettabili”. Altre volte si sono individuati i sottili motivi per cui erano fallaci le premesse o i ragionamenti “apparentemente accettabili”. (wikipedia)

Chi si appresta a leggere questo articolo lo faccia con la pazienza di chi sta per affrontare una lettura, che spero interessante, ma necessariamente lunga. Non lunghissima (qualche minuto), solo il giusto. Ritengo infatti che, quando le cose da dire sono particolarmente articolate e riguardano temi altrimenti difficili da trovare, è bene dimenticare la regola della sintesi e dedicarsi, come ho fatto in questo articolo, a spiegare alcuni paradossi che prendono vita nella narrazione dell’avicoltura quando questa è affidata alla rete o ai media generalisti. Questi ultimi, proprio per essere sintetici e a loro dire divulgativi, tralasciano troppo spesso alcuni approfondimenti che servirebbero invece a far capire che le cose sono, anche qui, da considerarsi sul piano scientifico e non ideolgico. Serve spiegare.

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Più seguo il settore avicolo e più mi convinco che l’atteggiamento delle organizzazioni che contrastano gli allevamenti avicoli protetti (altrimenti definiti intensivi) è il risultato dell’incrocio fra ideologia e scarsa attitudine/volontà all’approfondimento scientifico.

Se, in aggiunta a questo, il settore avicolo (e forse anche altri settori) riuscisse a trovare il modo per dialogare con i suoi detrattori animalisti/ambientalisti, e se entrambe potessero osservarsi senza essere prevenuti a priori, si potrebbe giungere molto più in fretta a perfezionare le già elevate attenzioni al benessere animale che il comparto affina anno su anno.

Non va dimenticato che l’avicoltura ha l’obiettivo di rendere disponibili alimenti che siano contemporaneamente sani, nutrienti ed economicamente accessibili ai più. È anche necessario riflettere sul fatto che, proprio la ricerca di ottenere da questo tipo di impresa dei ritorni economici, produce in modo collaterale (e poco conosciuto) un costante incremento del benessere animale.

Questo perché la qualità delle attenzioni e delle soluzioni, studiate per aumentare gli standard di benessere animale, se sono certo motivate dalla necessità di rendere remunerativo il dedicarvisi, si traducono anche in involontari alleati degli stessi animalisti/ambientalisti per il semplice fatto che, disporre di animali sani e in carne “obbliga” il settore a studiare soluzioni che, essendo orientate a bilanciarsi economicamente, sono anche di conseguenza portate a mantenere l’animale sano e quindi ad agire per il suo benessere. Non solo. L’avicoltura è un ambito in cui sono presenti aspetti di sostenibilità noti purtroppo solo tra gli addetti ai lavori, concentrati più a fare che a dire. Una sostenibilità messa a rischio paradossalmente proprio da ideologie ambientaliste e animaliste, anche comprensibili e rispettabili, ma condotte con approcci ostili e spesso anche con una certa forma di malcelata codardia evidenziata dal fatto che questi gruppi organizzati, mossi da intenti anche positivi, non costruiscono percorsi diretti di dialogo con i veri protagonisti del comparto, bensì con gli utilizzatori intermedi (trasformatori, gdo, catene di ristorazione, …).

Da tempo le ostilità fra animalisti/ambientalisti e il comparto avicolo fanno fatica a risolversi per via dello scontro fra scienza e ideologia. In entrambe gli ambiti l’approccio sembra sordo alle istanze dell’altro quando invece si potrebbero fare molti più passi in avanti se si riuscisse a costruire un dialogo consapevole dei limiti e dei difetti, presenti da entrambe le parti, con l’obiettivo di trovare soluzioni mediate.

Oggi invece gli animalisti, non essendo portatori di contenuti scientifici e mancando di visioni d’insieme, vengono visti dall’industria avicola come un’entità che ha come unico vero obiettivo finale la chiusura di tutte le attività basate sullo sfruttamento degli animali. Ovvio quindi che da una parte si inneschi un muro a difesa e che, dall’altra parte, questo muro venga semplicemente considerato un ostacolo. Serve mediazione, e proprio per questo serve dialogo.

Sono temi che si sviluppano un po’ ovunque e che in altri Paesi vengono affrontati in modi diversi. Per esempio, laddove si palesa un eccessivo accanimento distruttivo e irrazionale da parte delle organizzazioni, alcuni governi intervengono. In Australia per esempio: In Australia una legge per proteggere gli allevatori dagli animalisti.

Andiamo ora a scoprire i paradossi accennati nel titolo.

Le associazioni animaliste/ambientaliste hanno ottenuto, nel tempo, (facendo pressioni indirette sul pubblico dei consumatori, sui governi e sulla grande distribuzione e basandosi su aspetti emotivi) che il sistema degli allevamenti avicoli si impegni ad adeguare alcune sue pratiche a molte delle richieste fatte. Prima di agire così “indirettamente” alcuni tentativi di dialogo con l’industria ci sono stati, ma -per i motivi accennati prima- non hanno scaturito risposte positive perché le proposte di miglioramento del benessere da parte degli animalisti, hanno raramente superato il vaglio tecnico-scientifico dei produttori che, avendo visioni d’insieme e risultati di ricerca, sono portati a considerare molte delle richieste pervenute come obiettivi paradossali.

Inseguendo alcuni dei loro obiettivi, prevalentemente ideologici, queste associazioni hanno infatti dato luogo al verificarsi di alcuni paradossi che contrastano con molte delle loro stesse missioni.

Uno di questi paradossi è generato dal fatto che, “costringendo” indirettamente gli allevatori (sottolineo indirettamente) a seguire le loro indicazioni di tutela dell’ambiente e della salute dei polli, stanno in realtà provocando un arretramento delle conquiste fatte dal comparto in oltre 70 anni di ricerche proprio nella riduzione dell’impatto ambientale.

Per quanto riguarda poi il tema del benessere animale, va ripetuto che nei moderni allevamenti i polli vivono già da tempo una condizione di progressivo aumento di benessere, per certi versi anche esagerato se paragonato a quello umano: I polli stanno bene.

Adeguandosi ai “desiderata” delle varie associazioni più attive (fra cui CIWF), gli allevatori vengono quindi “costretti dalla GDO, che a sua volta risponde alle associazioni, che a loro volta dialogano con i consumatori, che vanno poi a fare la spesa nella GDO!!” ad entrare in netto contrasto proprio con gli obiettivi di tutela dell’ambiente che erano invece diventati un fiore all’occhiello della ricerca nel sistema avicolo.

Qui il paradosso nasce dal fatto che –non fosse evidente- obbligare il comparto a seguire logiche di allevamento che prevedono, per esempio, una crescita lenta dell’animale, comporta una serie di effetti negativi sull’ambiente. Proverò a spiegarlo, perché farsi un’idea di cosa significhi avere come obiettivo il benessere animale, dovrebbe essere interesse anche dei detrattori del comparto avicolo che sono, invece, molto abilmente concentrati nella strumentalizzazione delle scelte che il comparto porta avanti con scopi tutt’altro che criticabili.

Seguendo il seminario del 5 Maggio 2021 sul benessere animale nel settore avicolo “Genetica e nutrizione del broiler: nuovi approcci” (ndr: i broiler sono i polli convenzionali, cioè quelli maggiormente allevati per l’alimentazione umana per la loro alta efficienza di cui parlo più avanti) ho ricevuto una serie di nuove conferme sul fatto che animalisti e ambientalisti (che va detto fanno anche attività meritorie) agendo sul settore avicolo con iniziative poco razionali, stanno andando in modo indiretto (e si spera inconsapevole) contro l’ambiente, rischiando futuri danni economici all’economia dell’alimentazione mondiale e all’economia familiare delle moltissime persone che si nutrono di polli e uova. Ed è bene saperlo, anche se è difficile comprendere l’insieme delle cause ed effetti che si generano intervenendo solo di pancia su dinamiche maturate in oltre 70 anni di ricerca.

Il settore avicolo è senza dubbio una fonte di alimentazione sicura, nutriente ed economica ed è un ambito dove la ricerca del benessere animale ha consentito di selezionare modalità e genotipi che migliorano costantemente e in modo naturale le cosiddette “performance” sia per quanto riguarda gli aspetti economici di chi vi opera (allevatori) e di chi ne fruisce (consumatori), sia per gli aspetti di impronta ambientale che negli anni sono in costante diminuzione (nel senso che l’impatto è sempre più leggero).

Torniamo al convegno citato: ho molto apprezzato che in quel contesto, nonostante ci si trovasse in un ambiente di “addetti ai lavori”, le informazioni fossero fornite, con generosa trasparenza e inusuale chiarezza, da alcuni dei principali operatori del settore.

Si è parlato soprattutto:

  1. della politica con cui si procede nella selezione delle razze avicole;
  2. di un importante enzima estratto da un fungo che, usato nell’alimentazione avicola, contribuisce sia alla salute dell’animale, sia alla sua conseguente migliore crescita spontanea.

Sono stati elencati punti rilevanti riguardanti i polli di oggi, selezionati in modo naturale fra quelli che:

  • a parità di crescita, consumano meno mangime e bevono meno acqua;
  • a parità di consumi, crescono di più;
  • a parità di peso, sono più conformati.

Questa selezione (come riassunto nella grafica più sotto) ha avviato miglioramenti naturali che han portato ad un incremento costante di efficienza biologica e sostenibilità ambientale. Significa, per esempio, che oggi un pollo, per raggiungere un peso di 2,5 kg, consuma mezzo chilo di mangime in meno rispetto a 15 anni fa, che si traduce in una riduzione del 37% del terreno necessario per la produzione del mangime.

Da questo, essendo l’aspetto economico degli allevatori legato al peso raggiunto dall’animale, deriva che, per lo stesso numero di polli di 15 anni fa, serve il 10% in meno di capannoni.

Tutto questo sarebbe destinato a creare impatti ambientali ed economici sempre più a favore del pianeta e dell’economia in generale se si mantenesse l’adozione di animali cosiddetti convenzionali, che sono poi i più “efficienti” in termini di conversione che oggi è pari a 1,5 (cioè il pollo cresce di 1 kg di peso mangiando soltanto 1,5 kg di mangime).

 

Efficienza Biologica

Efficienza Biologica e Sostenibilità Ambientale (miglioramenti degli ultimi 15 anni) del pollo convenzionale

 

Ma poi è arrivata la “carica” delle associazioni “contro” che ormai da tempo spingono affinché si scelga di allevare e commercializzare razze a cosiddetta crescita lenta.

Nel 2013, da un accordo tra governo, produttori, grande distribuzione e animalisti, nasce in Olanda il “Chicken of Tomorrow” (il pollo del futuro). Obiettivo? Sostituire i polli convenzionali con animali da destinare all’alimentazione umana dopo almeno 50 giorni -anziché 42- e che non crescano, mediamente, più di 50 grammi al giorno. L’esperienza olandese è poi stata presa a modello per sostenere iniziative simili in altri paesi europei.

Ricorrere alla lenta crescita si può, ma non con le attuali razze convenzionali. Né si possono utilizzare le antiche razze autoctone, troppo poco produttive per un consumo di massa.

Il sistema avicolo si è allora rimboccato le maniche ed ha sviluppato animali a crescita lenta a partire da linee genetiche alternative, poco utilizzate per via della loro inferiore efficienza sul piano economico e pertanto del loro maggior impatto ambientale.

Gli esemplari di queste razze sono molto rustici e vitali e offrono un’ottima qualità delle carni, (simile a quelle di una volta).

Tuttavia si deve essere consapevoli che ricorrere all’utilizzo di tali animali significa dover rinunciare alle conquiste fatte in 70 anni di evoluzione del sistema avicolo e che questo comporta, fra l’altro, l’inevitabile aumento dei prezzi al consumo perché aumentano di molto i costi di quel tipo di allevamento.

Per capire meglio facciamo parlare dei numeri, semplici da comprendere, che indicano l’impatto sull’efficienza produttiva dell’uso di razze a lenta crescita a parità di kg di carne. I dati indicano il risultato a confronto dei dati delle razze convenzionali (broiler):

Impatto delle razze a lenta crescita

Impatto delle razze a lenta crescita.

Il costo di produzione che ne deriva è così elevato che diventa un freno alla diffusione di massa degli animali a crescita lenta e ne limita l’acquisto alla sola nicchia degli animalisti convinti, dei buongustai o per le occasioni particolari.

Per cercare di migliorare comunque il benessere degli animali utilizzati per l’alimentazione di massa, nel 2017, più di trenta ONG europee per la protezione degli animali hanno proprosto insieme un miglioramento degli standard di allevamento e macellazione nella filiera dei polli da carne a livello commerciale da completare entro il 2026.

Questa proposta, attiva sia in Europa che negli USA, è chiamata in più modi: European Chicken Commitment (ECC), Better Chicken Commitment (BCC) e Broiler ASK. Il progetto ECC si basa su una riduzione della densità di allevamento e sull’adozione di vari arricchimenti ambientali (ndr: l’arricchimento ambientale consiste nel fornire gli stimoli necessari a garantire il benessere psicologico e fisiologico di un animale in cattività. Nel contesto avicolo consiste nel dotare gli allevamenti di aree di riposo, pannelli, barriere e balle di paglia, verande coperte, accessi all’aperto…), ma, a differenza delle razze a lenta crescita, non pone limiti particolari alla crescita dei polli purché questi soddisfino elevati standard di benessere.

Fino a pochi anni fa il successo di un incrocio di una razza era decretato dall’industria avicola sulla base della sua efficienza (consumo>VS>crescita) ed era squisitamente una visione economica.

L’ingresso nello scenario di nuovi attori (opinione pubblica, animalisti, gdo) potrebbe ora influenzare in maniera più bilanciata i criteri di “successo”. Dalla sostenibilità economica si è passati a considerare un insieme che considera anche quella ambientale e sociale pur se questa sia “fondata” su concetti di benessere animale ancora troppo idealizzato (pensare che se l’animale cresce più in fretta allora soffre, è un’idea francamente tutta da verificare… cosa dovremmo pensare allora quando vediamo i nostri figli che diventano più alti di noi grazie al loro stile di vita e di alimentazione che i nostri nonni si sognavano?).

Oggi l’obiettivo del comparto, a compensazione delle richieste potenzialmente orientate ad un inconsapevole arretramento dell’efficienza biologica complessiva, è quindi diventato la ricerca di nuovi genotipi che soddisfino i criteri di benessere della ECC (European Chicken Commitment) e che abbiano allo stesso tempo un’efficienza biologica superiore a quella delle razze lente.

In sintesi il progresso della selezione delle razze seguirà probabilmente il percorso -indicato nell’immagine successiva- che evidenzia praticamente le opzioni di razze disponibili su cui il mercato sarà portato a prendere decisioni importanti fra Broiler (convenzionale), Lenta Crescita o quella che potremmo definire la via di mezzo e cioè il BCC (Better Chicken Commitment) che è meno efficiente del convenzionale, ma più di quello  a lenta crescita. Saranno in sostanza incroci diversi. Scelte che sicuramente costringeranno tutti gli attori coinvolti a considerare con attenzione le conseguenze economiche e ambientali che ogni scelta comporterà.

Le opzioni disponibili

Le opzioni disponibili per il 2026 per il progresso avicolo.

Ed è in questo contesto che, lo dico in breve, si è inserito l’interessante contributo di Novozymes che con DSM hanno presentato BalanciusTM  (un naturale estratto proveniente da un raro fungo trovato in un porcile in Giappone nel 1984) enzima che migliora la funzionalità intestinale per i polli da carne. Consente di assorbire meglio i nutrienti agevolando la pulizia dei villi intestinali perché agisce rimuovendo i detriti cellulari batterici dall’intestino del pollo, consentendo agli allevatori di produrre il 3% in più di cibo dalla stessa quantità di mangime.

Considerando che fino al 70% dei costi di produzione totali di un agricoltore va verso i mangimi, questo particolare enzima può ridurre significativamente i costi e ridurre l’impatto ambientale della produzione alimentare. Aggiungendo questo enzima al mangime, gli allevatori possono utilizzare meno mangime e passare ad una produzione ancora più sostenibile.

L’obiettivo è sempre quello dell’efficienza in funzione del fatto che, con la crescita della popolazione mondiale, le Nazioni Unite hanno indicato la produzione alimentare e l’azione per il clima come alcune delle più grandi sfide del mondo.  A questo si aggiunge il fatto che i consumatori cercano contemporaneamente cibo di alta qualità e conveniente come parte di una dieta sana ed equilibrata.

Pietro Greppi
info@ad-just.it
ethical advisor

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