Influenza aviaria e allevamenti intensivi: dobbiamo credere alle accuse delle associazioni animaliste?

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Se fosse vero anche solo l’1% di tutte le accuse che le associazioni animaliste diffondono da decenni sugli allevamenti intensivi avicoli (e non solo), ci dovremmo chiedere come mai il Parlamento Europeo di Strasburgo, la Commissione Europea di Bruxelles, il Governo Italiano e tutte le Regioni italiane… permettano ancora la prosecuzione tali attività se sono a così alto tasso delinquenziale come l’avicoltura europea ed italiana. La risposta è semplice: perché le leggi che controllano le produzioni avicole sono, nella stragrande maggioranza dei casi, pienamente rispettate su tutto il territorio nazionale. Leggi che regolamentano l’intera filiera produttiva avicola, il benessere degli animali allevati, l’igiene degli allevamenti, la prevenzione delle malattie e la salubrità degli alimenti prodotti. Le autorità preposte al controllo (veterinari delle ASL, carabinieri del NAS) vigilano, attraverso audit, ispezioni e campionamenti, con lo scopo di garantire che le produzioni, dai campi alla tavola, rispettino i requisiti legislativi, ovvero, siano conformi al livello qualitativo, organolettico e sanitario che i legislatori europei ed italiani vogliono per i consumatori del nostro continente e della nostra nazione. Va detto che gli standard europei sulla qualità degli alimenti sono i più elevati al mondo. Proprio per questo, qualsiasi paese terzo che voglia esportare prodotti alimentari nell’Unione Europea deve sottostare a norme più stringenti e adottare nel proprio territorio una sorta di doppio binario produttivo. Uno dei pilastri che sostengono la strategia europea sulla qualità degli alimenti “dai campi alla tavola – from farm to fork”, è la tutela della salute e del benessere degli animali allevati attraverso la prevenzione delle malattie. E un capitolo importante delle leggi che regolamentano questo aspetto, riguarda proprio l’influenza aviaria. È noto il tentativo delle associazioni animaliste di far credere che le malattie infettive che colpiscono gli avicoli domestici siano tutte causate dagli allevamenti intensivi/protetti: la realtà ci dimostra che è vero invece l’opposto. Sono gli allevamenti intensivi/protetti che, applicando opportuni piani di prevenzione ed eradicazione delle principali malattie virali, batteriche e parassitarie, riescono a garantire il più alto livello di salute degli animali, che si traduce per il consumatore in una miglior sicurezza e qualità degli alimenti. Ai giorni nostri (2022) un allevatore, mettendo in atto le buone pratiche produttive strutturali e gestionali, ha la ragionevole certezza di portare alla fine del ciclo produttivo il 97-98% dei polli che ha “accasato” all’inizio. In passato, negli allevamenti rurali e nelle fattorie, la mortalità media degli animali era invece elevatissima, per l’impossibilità di applicare adeguate misure preventive sulle principali patologie aviarie. Per comprendere quanto le malattie in passato decimavano la popolazione di volatili domestici, basterebbe conoscere (e leggere) la pubblicazione del Professor Edoardo Perroncito (1847-1936), parassitologo e patologo alla Scuola Superiore di Veterinaria di Torino nel XIX secolo, che nel 1878 descrisse per primo l’Influenza Aviaria (allora denominata Epizoozia Tifoide).

Copertina della pubblicazione del Prof. Edoardo Perroncito

 

Alcuni stralci di quel documento illustrano la gravità e la diffusione in tutta l’Italia del Nord (e in altre nazioni), dell’Influenza Aviaria e di altre malattie nell’avicoltura dell’epoca. Nella premessa l’autore lascia intendere che a quei tempi le malattie erano molto più diffuse rispetto a quanto emergeva dagli studi:

“… purtroppo la storia delle epizoozie dei gallinacei è ricca di fatti congeneri, quantunque ben spesso non siano convenientemente studiati…”

Poi descrive con chiarezza le aree colpite dagli eventi patologici, descritti con i termini allora conosciuti:

“… i grandissimi danni recati alla pollicoltura da una epizoozia contagiosa che ha dominato in Lombardia dal 1789 al 1798. Allora si trovava pure estesamente in Piemonte… così il cholera venne descritto come osservato nei gallinacei e palmipedi, o negli uni e negli altri, nel 1831 in Ungheria, nella Moravia, nella Slesia, nella Boemia e Bassa Austria, nel 1832 in Russia, nel 1836 a Monaco, nel 1850-51 in Francia, nel 1854-55 in Italia, nel 1855-56 in Prussia, in Boemia e in Piemonte. Nel 1832 un grande numero di dipartimenti della Francia furono vittima di una epizoozia del gallinacei… nello stesso anno analoga malattia veniva descritta da Bignami nel mantovano. Nel 1849 ricomparve nel dipartimento della Senna e nei dipartimenti vicini. Si riosservò nel 1851…(Ercolani)…descrisse nel 1861 epizoozie carbonchiose, di cholera e di tifo negli uccelli di bassa corte…Rivolta vide spesso epizoozie nei gallinacei… e ritiene che non fossero altro che forme carbonchiose… il Dr. Piana ha descritto nel 1876 una epizoozia nei gallinacei e palmipedi domestici della provincia di Bologna… la stessa malattia si sviluppò nel 1864 nell’Alta Vienna… Ho voluto accennare alle principali epizoozie osservate nei gallinacei perché m’importa moltissimo di far notare la frequenza e i danni recati in ogni tempo dalle medesime all’industria del pollame…”.

Quei paragrafi riassumono con efficacia i mille racconti tramandati dalle generazioni che ci hanno preceduto, che descrivevano una società povera, nella quale le entrate delle famiglie si utilizzavano soprattutto per soddisfare, per quanto possibile, i fabbisogni alimentari. A quei tempi le malattie nei volatili da cortile erano un dramma, non tanto per la morte degli animali quanto perché lasciavano intere comunità senza sostentamento. Comunità composte soprattutto da giovani e giovanissimi in piena fase di crescita e quindi esposti a gravi stati carenziali. Le razze allevate a lenta crescita, non riuscivano a produrre la quantità di carne o uova necessarie ad alimentare la popolazione e le dispense rimanevano drammaticamante vuote. Per questo è importante questo salto indietro, verso le nostre origini, per capire fino in fondo che tutte queste sofferenze sono state evitate alla popolazione oei paesi sviluppati, grazie alla capacità produttiva degli allevamenti intensivi (meglio dire protetti) e delle nuove linee genetiche.

Al giorno d’oggi la dieta degli animali è equilibrata, il loro benessere è rispettato (altrimenti non potrebbero crescere correttamente) e le malattie sono tenute sotto controllo tramite l’igiene, le vaccinazioni e non con l’uso di antibiotici, come viene ancora oggi continuamente sbandierato da chi cerca di gettare fango sull’avicoltura: nel 2021 in Italia, nell’allevamento del pollo da carne è stato utilizzato il 90% in meno degli antibiotici che si somministravano nel 2011. Inoltre, grazie alla capacità produttiva e all’efficienza degli allevamenti intensivi, il prezzo dei prodotti dell’avicoltura si è mantenuto praticamente costante nell’ultimo secolo, contribuendo, insieme alla crescita dei salari medi, all’aumento del potere di acquisto e del tenore di vita nei paesi sviluppati.

Il grafico qui sotto, elaborato dal Bureau of Labor Statistics (USA), abbraccia l’arco temporale di poco più di un secolo e mette in evidenza la quantità prodotti di origine animale acquistabili con il ricavato di un’ora di lavoro di un salario medio. Tale quantità, è aumentata esponenzialmente da quando questi alimenti sono prodotti in allevamenti intensivi/protetti e tra quelli analizzati le uova sono l’alimento di gran lunga più economico (e nutriente).

Nei paesi del terzo mondo, dove gli allevamenti protetti non sono ancora diffusi, le carenze alimentari descritte nel XIX secolo sono purtroppo ancora in parte presenti.

Per questo motivo la FAO nel 2019 ha stipulato un accordo con l’International Poultry Council, associazione che rappresenta il 95% dei produttori avicoli a livello globale, per diffondere nel mondo sempre più produzioni avicole sostenibili, in grado di soddisfare i fabbisogni nutritivi della popolazione mondiale in crescita. Le accuse di diffusione di epidemie rivolte all’avicoltura intensiva/protetta dalle associazioni animaliste, sono quindi smentite dai fatti: durante un’epidemia di influenza aviaria, come per esempio quella accaduta recentemente, i banchi nei centri commerciali non si sono svuotati, come invece accadeva nell’ ‘800, quando gli allevamenti protetti non esistevano e le malattie svuotavano le dispense delle massaie.

I 15 milioni di animali abbattuti agli inizi del 2022 per mantenere il controllo su questa epidemia in Italia, sono poca cosa se rapportati alla produzione annuale avicola italiana (15 milioni sono meno del 2% del totale in Italia). Le epidemie del passato, negli allevamenti rurali spesso arrivavano ad uccidere tutti gli animali allevati.

Attualmente, i prodotti avicoli di nicchia, le produzioni biologiche e a lenta crescita, che monopolizzano la comunicazione nei programmi televisivi, hanno prezzi elevati e possono soddisfare i consumatori che non hanno problemi di natura economica, ma siamo tutti profondamente consapevoli del dovere morale di riuscire ad alimentare, con alimenti sani, nutrienti e a basso costo, anche quella parte della società che con fatica riesce a far quadrare il bilancio mensile, al giorno d’oggi purtroppo in forte aumento.

Lo straordinario risultato di disporre di alimenti di alta qualità a prezzi accessibili a tutti, si ottiene solo ed esclusivamente grazie all’efficienza produttiva degli allevamenti intensivi, che per questo motivo sono anche più sostenibili: gli studi effettuati dal Global Livestock Environmental Assessment Model (GLEAM) della FAO, che si occupa di analizzare l’impatto ambientale delle produzioni zootecniche (comprendente anche la produzione di gas a effetto serra), hanno dimostrato che a parità di quantità di alimento prodotto, gli allevamenti avicoli intensivi/protetti, grazie alla grande efficienza produttiva raggiunta, inquinano di meno e la loro produzione di gas a effetto serra, già ridotta all’1% del totale, è in continua forte riduzione.

In sintesi si può affermare che in avicoltura i metodi di allevamento estensivi, all’aperto e a lenta crescita, convivono fianco a fianco già da decenni con le produzioni intensive/protette e non sono in antitesi. I primi hanno prezzi di vendita più elevati e si rivolgono al consumatore di fascia alta (per capacità di spesa), mentre i secondi soddisfano i bisogni alimentari della parte meno abbiente della popolazione che rappresenta però la maggior parte della popolazione. La differenza fra questi due tipi di allevamenti è un po’ come quella che c’è fra i sentieri di montagna e le autostrade: i primi sono belli da vedere, ma se abbiamo la necessità di trasportare merci e far progredire l’economia di una nazione, non possiamo prescindere dalle seconde. Per migliorare la qualità di vita delle future generazioni, la soluzione non sarà quella di eliminare le autostrade (come le associazioni animaliste intenderebbero fare con gli allevamenti intensivi), ma piuttosto quella di minimizzare il loro impatto con interventi migliorativi, come l’istallazione di barriere anti-rumore o di barriere vegetali e l’adozione diffusa di veicoli sempre meno inquinanti.

Le associazioni animaliste raggiungono facilmente l’obiettivo di diffamare e screditare un importante settore produttivo anche perché si è creata una grande distanza tra il consumatore medio e il mondo allevatoriale.

Gli studi demoscopici dell’Unione Europea evidenziano che la maggioranza dei cittadini è convinta che negli allevamenti gli animali siano maltrattati, ma gli stessi studi ci informano che la maggioranza delle persone dichiara di non essere mai entrata in un allevamento.

Se visitassimo un allevamento intensivo/protetto di ultima generazione, potremmo verificare che, grazie alle nuove tecnologie, non produce odori, non emette polveri e con i metodi di essiccazione della pollina, non favorisce la proliferazione di mosche o altri insetti. Le deiezioni vengono sempre più utilizzate per la produzione di biogas, senza quindi contribuire all’inquinamento delle falde acquifere e ai fenomeni di eutrofizzazione. Inoltre, l’impatto visivo ambientale dei nuovi allevamenti è fortemente ridotto con la piantumazione di barriere vegetali. È arrivato quindi il momento di approfondire “meglio” la conoscenza sugli allevamenti intensivi/protetti per avere una visione corretta e completa sulla loro attività, sulla loro funzione sociale e vitale e per non cedere spazio alla disinformazione proveniente da chi diffonde notizie distorte dai propri paraocchi ideologici.

Pietro Greppi – 3351380769
Consulente per l’etica in comunicazione
Fondatore di Scarp de tenis

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